4.Amore

Amore. Perché poi parte tutto da qui. Origine e soluzione ad ogni male del mondo. Punto essenziale di snodo, utile a disintrecciare a catena tutti gli altri punti che seguiranno e che andrò ad affrontare. Titoli che considero come sottocategorie, dell’amore appunto. Perché si, assodato che, in questo processo di combattimento nei confronti dell’ansia generalizzata, ci sia la necessità di iniziare a muoversi compiendo azioni, e che la prima, la più importante, sia quella di cambiare il modo di pensare nei confronti di ciò che l’ansia porta a svilupparla, bisogna anche procedere per gradi.

Il primo grado è quello di mettere ordine a tutti quei pensieri che ora è come se fossero ammassati su tanti pezzi di carta in una soffitta provvista di una sola piccola luce. In questa soffitta bisogna costruire una finestra che faccia entrare la luce, sedersi, prendere i fogli di carta con i pensieri che tutti insieme formano un benessere emotivo fantastico, ed ordinarli per raggiungerlo. Sistemare con cura tutto l’archivio in modo da averne un accesso rapido ogni qualvolta ci sia la necessità di imbattersi con un argomento conosciuto e in modo da aggiungere nuovi capitoli in maniera più semplice, rapida e funzionale con il tempo.

E l’amore, appunto, è in cima a questa piramide di emozioni umane. Muove i fili del mondo dal momento in cui esiste la vita e si è avuta la capacità di creare scambio di energie. Muove il mondo, nel bene e nel male. Si, nel male. Perché oggi l’amore trovo che sia confuso con altri sentimenti umani. Per errata interpretazione si ritrova associato a tutte quelle che sono le mancanze della sua reale presenza. E quindi succede che si associ l’amore a proposito dell’interruzione di una relazione. Un amore finito. Ma non è l’amore che è finito, quello non può finire. La relazione, può finire, ed insieme a quella c’è l’illusione di un amore che è finito. Si parla di amore ossessivo-possessivo-compulsivo, ma tutto questo non è, e non sarà mai considerabile come amore, bensì come l’assenza di una conoscenza reale dell’amore. Una persona che comprende il significato di amore, lo scinde dal resto dei sentimenti umani che sono la trasposizione della sua assenza.

Sono cresciuto in mezzo a diversi tipi di pseudo amori.

  • L’amore comodo o di paura: persone che stanno insieme perché hanno raggiunto un’età in cui, se dovessero lasciarsi, non saprebbero che fare da soli. Oppure stanno insieme, nonostante i tradimenti, perché sono cresciuti insieme e nonostante non provino più niente tra di loro, proseguono nel rapporto per la paura di uscire dall’abitudine della quale sono schiavi.
  • L’amore materiale o delle apparenze: mi sono sentito dire che “non esistono gli amori da due cuori e una capanna, oggi ci vogliono i soldi per avere la sicurezza”. Vi rimando alla chiusura del post per la risposta personale a questa frase, ricevuta dalle figure genitoriali facenti parte la mia sfera privata. Ma l’amore materiale lo conoscete comunque tutti bene. Quello del regalo di San Valentino, quelli della casa più grande, delle vacanze, del conto in banca sostanzioso, del comprare le cose più belle e rimanere al passo con la moda, il giardino più verde di quello del vicino e via discorrendo.
  • L’amore occasionale o incompreso: persone che la mattina si svegliano e dicono TI AMO ad un’altra persona con la stessa velocità con cui si lavano i denti usando lo spazzolino elettrico. E tutto sommato, amare non è complicato, non è difficile. Trovo possibile amare in dieci minuti, in un istante. Questo in riferimento ad un sorriso, un gesto, un particolare momento. Ma quando l’amore è in riferimento a due persone, mi piace pensare che ci sia il coinvolgimento di due anime. Amare un’anima la considero una cosa leggermente più profonda e che forse necessita che la stessa la si scopra. E per far questo ritengo ci voglia un po’ più tempo di quello che si impiega in una lavata di denti. Che poi l’occasionale sta proprio nel fatto che con la stessa velocità, si riesce a dire TI ODIO e ad andarsene.
  • L’amore del proprio sogno: persone che pur di raggiungere il loro sogno, calpesterebbero tutto e tutti. L’importante è raggiungere la meta. Ho in mente diverse persone che conosco, le quali avevano ad esempio come obiettivi lo sposarsi e l’avere figli. La straordinaria capacità di trovare la persona della loro vita 100 metri più in là dell’ultima con cui la relazione è naufragata, è a dir poco fenomenale. Si sposano, fanno figli, ma non amano la persona che hanno a fianco. Spesso succede che raggiunto quel sogno, hanno bisogno di interrompere quel matrimonio, per iniziarne uno nuovo e avere figli. Così due o tre volte nella vita.

Ora, queste sono solo alcune di quelle categorie che considero di pseudo-amore che per generazioni ci si è tramandati e che si sono imparate come verità assolute. Ci tengo a ribadire un concetto: vivere è libertà. Questo vuol dire che da parte mia, veder vivere questi tipi di pseudo-amori, rientra nel lecito e sono d’accordo sul fatto che se qualcuno li consideri alla stregua di un amore puro e totale, si abbia ragione entrambi. Vivete come meglio credete, io d’altronde sono qui per parlare del mio modo di vivere e ragionare che si discosta da tutto questo e a nessuno impongo che sia verità assoluta se non per me. Allo stesso modo, il motivo per cui scrivo, è proprio perché per anni non mi sono trovato a mio agio con quello che mi ha circondato, proprio a partire da un concetto madre che è quello dell’amore.

Perché considero la cima della mia piramide l’amore? Perché in ogni cosa, se si conoscesse l’amore vero, non quello che ho citato prima, i problemi sarebbero azzerati. Pensate all’esistenza della guerra in presenza di amore vero. Non esisterebbe. Non si uccide per amore. Non ci sarebbero differenze atte a portare supremazia a discapito di persone. Non ci sarebbe odio. Non esisterebbero gli attuali confini che delimitano i paesi, le città, regioni, stati e continenti. Non esisterebbe il razzismo, perché nell’amore non puoi odiare le diversità, piuttosto desideri conoscerle e farle tue. Allo stesso modo bullismo, estremismi politici, dittature, ladrocini, attentati in nome di un qualsiasi dio. Non ci sarebbero molto probabilmente nemmeno le religioni che si alimentano sulle paure della gente. Una persona che ama ed è amata, smette di avere paura e non ha bisogno di pregare. E se diffondi amore non hai nemmeno bisogno che ci pensi una religione a farlo, perché sei tu stesso l’amore che tramanderai di generazione in generazione. Non esisterebbero le classi sociali. Tanti mali del mondo moderno nel quale ci siamo adattati a vivere, cesserebbero di esistere in sostituzione dell’amore. Cito con piacere la frase del filosofo apolide Jiddu Krishnamurti

“Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati a una società malata”

E smettiamola per favore con la favola del “da soli siamo completi, non abbiamo bisogno di altro“. Sono stato uno tra i più grandi solitari del mondo negli ultimi anni e portatori sani di desiderio dell’amore verso sè stessi, della possibilità di conoscersi a fondo. Ma tutto questo avviene con e senza le persone. Vi è una solitudine personale, vi è una solitudine di gruppo. Un amore verso se stessi e uno verso il mondo. Una conoscenza attraverso se stessi e una attraverso le altre persone. Nulla avviene fino in fondo in espressione di una sola solitudine che con gli anni si trasforma in aridità, assenza di amore e quindi isolamento. In fondo nasciamo tutti dall’unione di due corpi e di due anime che ci hanno dato la vita, non da una donna che si è ingravidata da sola (o per mezzo del Santo Spirito) o da un uomo che si è masturbato e ha gettato il suo seme dentro una pozzanghera dalla quale ci siamo sviluppati. La teoria dell’evoluzione permette la continuità della nostra specie solo attraverso l’unione tra le persone, senza la quale siamo destinati all’estinzione. Estinzione che in un qualche modo stiamo comunque raggiungendo proprio per questa errata espressione dell’amore che porta all’autodistruzione.

Ad oggi quello che ci siamo tramandati e che ci raccontano sin da quando veniamo al mondo, non è propriamente la trasposizione di un amore sano con il quale possiamo pensare di arrivare a raggiungere le più alte vette della felicità e del benessere umano su più livelli. Uso l’amore in cima alla piramide per poter aprire le porte su quello all’interno della famiglia, nell’istruzione, nella società, nel lavoro, per la salute, il giudizio, le aspettative e tutto quello che mi sarà utile snocciolare. Un passo alla volta, ma senza dimenticare che c’è stato un inizio e che da qui deve partire un cambiamento del modo di pensare che toccherà tutti i punti. E allora da dove partire a cambiare modo di pensare nei confronti dell’amore? Per me quello che ho scritto e che scriverò nei prossimi post ne è già il risultato in merito a quello che ho conosciuto, elaborato e ho scelto per me in mezzo al marasma della vita fino ad oggi vissuta. Nulla vieta che questo si modifichi con il corso degli anni e si integri a seguito di ulteriori conoscenze. Cosa molto probabile. Magari in modo più ordinato e sereno questa volta.

E per chiudere, quanto promesso. La risposta. Il mio cambiare modo di pensare e di non subire più, ma di esprimere quelli che sono i miei pensieri e miei punti di vista:

“Caro padre e cara moglie di mio padre. Apprezzo il fatto che vogliate dirmi che qualcosa in cui io credo sia sbagliato e che cerchiate di portarmi a ragionare e vivere come credete che sia giusto per voi. Non dico che sia sbagliato il vostro modo di vivere, ma dico che non mi appartiene. Non dico che sia sbagliato, ma dico che è l’unico che conoscete e quindi comprendo perché mi proponiate questo. Questo conoscete, questo conoscevano i vostri genitori e lo avete fatto vostro. Accettare che esista qualcosa di diverso comprendo sia difficile dopo una vita passata nella certezza di un modo preconfezionato su misura per voi. Ma la società è cambiata, continua a farlo e lo fa velocemente. Non è la società dei miei bisnonni, non è più la vostra ad andare bene per me. Ma non vi chiedo di farlo, non vi chiedo di accettare, semplicemente di cercare di comprendere che siamo differenti. Come il figlio di un estremista ha alte probabilità di diventarlo con il solo insegnamento estremista. Come il figlio di un razzista ha alte probabilità di diventarlo con lo stesso tipo di insegnamento unico. Come se foste nati nella giungla, in Cina, o in Siberia, oggi non sareste quelli che siete, io ho scelto di accettare che non vi è una sola scelta per ogni cosa, ma moltissime tra le quali poter decidere il mio percorso da tramandare. Cercate di capire che vi voglio comunque bene in quanto esseri umani e a te padre in quanto una delle due figure che mi ha concesso la vita, ma quando vi guardo, difficilmente scelgo di ascoltarvi. La mia non vuole essere una guerra a priori, ma semplicemente è la constatazione del fatto che nessuno di voi due sia felice della vita che vive, nonostante predichiate che servano i soldi, una posizione. Avete quello che considerate tutto. Eppure siete infelici. Avete quello che considerate tutto, ma per avere tutte queste cose, avete privato voi stessi del tempo. Il tempo che sopperite con la presenza delle cose. Le cose che vi acquistate con il tempo, il vostro tempo di vita. Tempo di vita al quale avete dato un prezzo e al quale non concedo alcun valore fittizio. Anime riempite con le cose. E le cose sono inanimate, prive di amore. E per lo stesso motivo per cui se ho voglia di un gelato, non vado dal giornalaio, accettate che i consigli su come essere felici e gestire una relazione nell’amore li prenderò da altre persone. Sempre e comunque mantenendo il rispetto nei vostri confronti e accettando la nostra diversità dalla quale ho imparato. Ho imparato anche a volermi spingermi oltre sempre per cercare una vita diversa per me. Emozioni che una volta raggiunte, anche attraversando un cammino tortuoso perché non ho potuto contare su una società che ha saputo insegnarle su larga scala, potrò un giorno lasciare in eredità al mondo. Magari non rimarrano di me le cose. Rimarranno amore, serenità, felicità. E tutto questo anche grazie a voi!”

3.Cambiare

Farmaci? No, grazie!

Non me ne vogliano ora medici, infermieri, case farmaceutiche, psicoterapeuti, psicologi, informatori, parenti, amici o il vecchietto del bar che tra una bestemmia e l’altra, ha detto la sua. Non me ne vogliate tutti voi. Ritengo che ognuno sia libero di pensare come meglio crede per la propria vita e che ciò in cui si crede, sia semplicemente il modo corretto per sè stessi. Qualcuno potrà vederla diversamente da me, ed avrà ragione. Qualcuno in un terzo modo differente dal nostro, ed avrà ragione comunque. L’importante è essere d’accordo sul fatto che si possa essere o non essere d’accordo. Lungi da me quindi voler scatenare una guerra che nessuno ha richiesto venisse combattuta, ma piuttosto, recito di seguito quelli che sono i miei punti di vista. Quindi corretti. Per me. Magari anche per altri.

Ritengo opportuno precisare di non essere contrario in maniera assoluta all’utilizzo di farmaci. Chiaramente, nel momento in cui cadi, ti rompi un arto, l’antidolorifico penso sia opportuno che tu te lo prenda. Altrimenti ci saremmo chiamati tutti Superman o Supergirl, ma non è questo il caso, almeno non il mio. Il punto sul quale voglio focalizzarmi è quello della correlazione tra problema psicologico e sviluppo di una malattia. Anni fa, lungo quello che considero il mio percorso per alimentare lo spirito (che prosegue ancora oggi), mi sono imbattuto in un interessantissimo libro dal titolo “Ogni sintomo è un messaggio” di Claudia Rainville. Questo libro parla sostanzialmente di come, partendo da un nostro irrisolto psicologico, si vada a sviluppare una malattia a livello fisico e che ad una gran parte di tipi di pensieri, come di blocchi psicologici appunto, ci sia un organo del nostro corpo in corrispondenza che funge come lampadina. Più comunemente questa viene definita Metamedicina. Ora, non è mio interesse fare un trattato a tal proposito. Se a qualcuno dovesse interessare l’incipit a proposito del libro o della Metamedicina, lieto di aver fornito uno strumento per nuove ricerche personali. Quello che mi preme dire piuttosto, è che dal momento in cui ho imparato ad ascoltare questi segnali, ho smesso praticamente di ammalarmi. Questo quindi, ha portato a non avere più la necessità di dover assumere praticamente mai farmaci negli ultimi quattro anni, tranne in due isolate situazioni in cui non ho ascoltato quello che sentivo dentro e sono dunque arrivato a far sfociare questi malesseri.

La prima in occasione di un evento al quale non volevo assolutamente partecipare, ma al quale mi sono imposto di esserci. Giorni e giorni in cui sentivo avvicinarsi questo inesorabile evento a cui volevo sottrarmi con tutto me stesso, ma a cui, per via di quello che era il giudizio che avrebbero potuto avere le persone su di me, non potevo esimermi dal saltare. Risultato? 40 di febbre la mattina dell’evento, dose massiccia di tachipirina, evento saltato per mia somma gioia e in mezza giornata, dopo una gran sudata, ero completamente rimesso a nuovo! Eppure bastava dire no prima. Due anni dopo mi si è ripresentata l’occasione per un evento praticamente identico. No secco. Giudizio pessimo sul sottoscritto, del quale mi sono assolutamente disinteressato e anche un po’ divertito a sentire. Vita decisamente migliore per me dietro quel semplice “NO”. Giù la maschera del ‘devi piacere agli altri e devi apparire per come vogliono che tu sia’. Stop. In quel frangente.

La seconda, avrò tempo per raccontarla quando parlerò di relazioni. Ma credo che possiate anche immaginare tutto sommato a cosa possa riferirmi.

A tal proposito quindi, per quanto riguarda il momento attuale, in cui quello che vivo non è altro che una grossa forma d’ansia, trovo personalmente inadatto assumere farmaci, in quanto cosa più dell’ansia possiede tutte le caratteristiche della malattia di derivanza psicologica? In quello che è stato il percorso degli ultimi dieci anni circa, ho imparato a notare la differenza tra la medicina occidentale e quella orientale, in cui la prima punta ad eliminare il sintomo, mentre la seconda è più attenta alla causa che l’ha generato, per far si che una volta guarito il sintomo, non si riproponga nuovamente. Le due potrebbero benissimo comunicare tra loro. Ma qua entro in un altro settore che non è di mia competenza. Quello che voglio dire è che assumendo una medicina per l’ansia, non mi curo un arto ferito, non mi curo un organo che non funziona. Addormento semplicemente i pensieri come potrei fare seguendo la grande legge del “bevo per dimenticare”, oppure del drogarmi per alterare il mio stato mentale e vivere in un mondo diverso. Questi pensieri però, una volta svanito l’effetto della medicina, sono e saranno ancora lì e richiederanno un sempre maggior numero di medicine per tranquillizzarli, come richiederanno maggiormente alcool o droga.

Vorrei farvi un esempio molto semplice:

immaginate di dover fare da punto A a punto B con la vostra macchina. Siete senza benzina e questo vi genera ansia. Andate dai vostri genitori e gli chiedete i soldi per mettere benzina. Prendete quindi i soldi e man mano che mettete benzina e sale il livello, si abbassa quello dell’ansia perché sapete di poter arrivare al punto B. Siete arrivati ora al punto B. La benzina è finita di nuovo e dovete tornare al punto A. Chiedete nuovamente i soldi. Rifate benzina e ricominciate il viaggio.

Ma se i vostri genitori dovessero smettere di darvi i soldi per fare il vostro viaggio? ESPLOSIONE dell’ansia. Esplodete perché non sapete più come fare per proseguire nel solo modo che conoscete. Mentre vi venivano dati i soldi, non vi è stato spiegato come fare per procurarveli o per proseguire il vostro viaggio in diverso modo. E qui subentra la necessità di cambiare attraverso i propri stati di ansia. Il cambiamento sta nel porsi domande differenti in riferimento a ciò che si sta vivendo, a ciò che si vuole raggiungere e nel crearsi diverse opzioni per ogni cosa, al fine di ridurre ai minimi termini l’ansia, fino ad abbatterla. Si tratta di imparare qualcosa di nuovo, trovare vie alternative, possibilità differenti. A tutto questo, non tutti siamo stati preparati a dovere in principio e quindi ci ritroviamo, come il sottoscritto, anche oltre i trent’anni, a dover far fronte alla creazione di nuove edificazioni personali.

Nel momento in cui mi rendo conto di avere l’ansia alla possibilità di rimanere senza soldi per il mio tragitto da punto A a punto B, prima di arrivare ad esplodere scoprendo di aver percorso una sola strada, posso cercare di pensare a come procurarmi i soldi necessari in diverso modo. Oppure posso iniziare a pensare, nell’eventualità di non avere intenzione di lavorare per questo, di procurarmi una bicicletta. Insomma, ho alternative. Sicuramente, ora andare da punto A a punto B, genera molta meno ansia di prima.

Ma questo è applicabile a molte altre situazioni:

IO -> Compro casa e ho spese fisse -> il mio datore mi mantiene con lo stipendio mensile -> ho l’ansia perché se perdo il lavoro, non so che fare -> il datore di lavoro smette di darmi lo stipendio. ESPLOSIONE. A monte, studio un piano di gestione del denaro che mi permetta di avere una copertura per molti mesi in caso di interruzione del rapporto di lavoro. Oppure cerco di investire ogni mese una percentuale di ciò che guadagno in modo da crearmi una rendita automatica in futuro.

IO -> Mi innamoro -> dedico la mia vita totalmente all’altra persona -> ho l’ansia perché ho paura che questa storia finisca e mi rendo conto che senza di lei, non saprei che fare e mi sentirei solo -> la mia compagna decide di lasciarmi. ESPLOSIONE. A monte, cerco di capire cosa piace a me, di conoscermi e di scoprire quali interessi posso coltivare sia nei momenti in cui ho una relazione, sia nei momenti in cui non ce l’ho. A monte, conoscendomi, mi posso rendere conto di diversi tipi di amore e diversi modi di amare che siano nel rispetto di me stesso e degli altri.

IO -> L’azione -> Il mantenimento dell’azione -> L’ansia di una sola prospettiva -> La ricerca di nuove prospettive -> Azzeramento dell’ansia.

Ora, il concetto è davvero replicabile a diversi tipi di eventi che fanno parte della nostra vita quotidiana. Psicologi o psichiatri di professione potrebbero dibattere sul fatto che vi è la possibilità di fare un percorso combinato tra l’utilizzo di farmaci e l’offerta di nuove prospettive di pensiero, ma per esperienza personale, nel momento in cui ho sempre la certezza di avere qualcuno che mi da i soldi per fare da punto A a punto B, anche se mi rendo conto di avere l’ansia, non mi interessano le prospettive diverse. Ma dal momento in cui decido di chiedere aiuto perchè quell’unico modo che conosco mi sta massacrando e voglio diverse prospettive, sto già predisponendo la mia mente a pensare in maniera differente, tant’è che non avete la necessità di addormentarmi, bensì di offrirmi la vostra capacità di osservare ciò che non colgo sfruttando il mio cervello nella sua più totale attività. Chiaro, qua si parla di me, del mio punto di vista, della mia esperienza e della mia non necessità di assumere farmaci per gestire un qualcosa che ho scelto di gestire appunto, in maniera totalmente differente. Aprendomi. Aprendo la mia scatola dei pensieri e mettendola a disposizione degli altri, ma non prima di aver usato le parole che scrivo per sbrogliare questa sorta di gomitolo di pensieri mentale che mi porta ad avere diversi punti da toccare ed analizzare un po’ alla volta. Oggi può andare bene, domani chissà. Nel frattempo, cambio. Cambio il mio modo di pensare. Lo cambio a fronte di ciò che ho imparato e che non mi è sufficiente per vivere privo da ansie e paure. E quando scrivo, sbroglio. Un filo alla volta.

Cambiare.

2.Iniziare

Voglio scrivere una canzone. Imparare a suonare la chitarra. Oggi voglio scrivere un libro. Sento la necessità di iniziare a praticare yoga e meditazione. Voglio girare il mondo. Ah, l’amore! Ah, la solitudine! Ah, la gioia! Ah, la tristezza! Voglio aiutare, capire a fondo me stesso per capire le persone. Ricordarmi come si ride, ricordarmi come si piange. Vado a trovare gli amici a Londra. Vado a trovare quelli in Spagna. Voglio sapere tutto quello che non so. Mi piace fare questo, mi piace fare quello. Anche fare quell’altro. Oggi giriamo video inutili solo per passare il tempo e divertirci. Facciamo l’amore per tipo tre giorni e ciao mondo. Oggi al mare. Vado a correre. Voglio giocare a calcio. Oggi sono stanco e dormo. Ho trovato una serie tv, dei film, dei libri che chiudetetuttocheperunasettimananoncisono! Ecco… Queste, sono solo alcune delle centinaia di cose che nell’arco di una giornata ruotano incessantemente nella mia testa sotto la categoria ‘to-do-list’.

Nonostante così tanti bei propositi però, mi ritrovo puntualmente ad osservare un altro giorno che si consuma e scorre via. Rimango lì, impantanato ai nastri di partenza, o giusto poco dopo il via. Qualcosa mi spinge continuamente a voler iniziare cento cose al secondo, ma allo stesso tempo a non saper mai quale di queste portare avanti arrivando fino alla fine. Quando ne inizio una ad esempio, capita spesso di andare alla velocità della luce, come se avessi una fame di sapere e di vivere da dover saziare avidamente, convinto che quella e solo quella, sia la cosa giusta. Solo che appunto, succede che in mezzo a tutta questa fretta che mi divora, ne arriva un’altra dalla categoria ‘to-do-list’ a richiedere attenzione e la medesima voracità. Questo mi porta quindi a dubitare di ciò che sto facendo in quel momento e a voler cambiare per non voler perdere altro tempo, con il risultato di ritrovarsi a sapere due cose. Ad aver vissuto si due cose, ma in maniera incompleta. A metà. Succede davvero troppo spesso. Così spesso che ad un certo punto negli ultimi anni mi sono posto il problema, optando per evitare di iniziarle.

Ecco quindi come ho generato un blocco. Ora, è come se tutte insieme andassero ad otturare un fantomatico canale che serve per far defluire i desideri quotidiani da espletare seguendo tanti piccoli passi. Sebbene prima qualcosa iniziassi sempre, adesso è tutto un po’ più buio e nella mia mente ingarbugliato. Ma, come mai correvo così tanto e perché adesso che mi sono fermato, fatico a riprendere? Me lo sono chiesto spesso e a tal proposito mi sono dato delle opzioni, tra le quali ancora non ho ben capito dove posizionarmi.

La prima. Mal di vivere. Nel senso di non essere in grado di apprezzare niente di quello che mi circonda perché fondamentalmente infelice e con la necessità di lasciare andare dei pezzi del passato per liberarmi e riprendere a camminare senza più questa fretta.

La seconda. Paura di morire. Una cosa che credevo di aver già affrontato in passato e risolto, in quanto oggi consapevole che prima o poi tocchi a tutti, anche al sottoscritto. Forse questa fresca consapevolezza però, ha avuto la capacità di generare in me l’effetto contrario alla serenità, ovvero quello di crearmi un’ansia che mi porta a voler “correre” per sapere quanto prima possibile. Come se non avessi tempo da perdere.

La terza. Paura di soffrire. Ad un inizio, corrisponde un’evitabile fine appunto. In qualche stanza della mia mente, risiede il pensiero che dove c’è fine vi è praticamente sempre sofferenza. Di certo l’associazione è valida per quanto riguarda le relazioni che ho avuto modo di vedere da vicino sin da bambino, osservandole esternamente e vivendole dall’interno. La sofferenza è qualcosa che tendo a voler evitare e può essere un buon motivo per cui decida di non iniziare qualcosa che penso possa farmi male. Anche lavorativamente, in amicizia, come nell’andare contro se stessi vi è sofferenza. Insomma, non nascondo di aver sofferto. Non nascondo che soffrire sia un sentimento umano che desidero tenere lontano da me.

La quarta. Il giudizio e le aspettative. Queste potrebbero essere due categorie ben distinte e affrontate ognuna singolarmente, ma il succo del concetto lo si può esprimere comprendendole entrambe. Il costante e quotidiano giudizio al quale mi sento sottoposto fin dalla nascita che contempla il fatto di avere quasi l’età di Cristo quando è stato messo in croce e in cui quindi, per la società, dovrei essere considerato necessariamente dedito al sacrificio come se fossi un capretto. L’età che non permette più di ascoltare i desideri personali, qualunque essi siano, perché iniziando ad avere ‘una certa’ è ora che anche io mi adegui a seguire uno schema, dedicando la mia vita a fare quello che fanno tutti. Perché tutti fanno così e quindi se non lo faccio sbaglio. E se non lo faccio inoltre, sono in un qualche modo emarginato da chi mi circonda e con cui sono cresciuto.  Nonostante non me ne freghi assolutamente nulla di questo modo di vivere, riesco comunque a sentirmi ancora in colpa o in difetto nei confronti degli altri per le responsabilità che loro hanno scelto di prendersi, ma che io non desidero sentirmi obbligato a prendere. C’è da aggiungere la capacità con la quale le persone esprimano sentenze sulla mia vita e sul modo che ho di condurla, su ciò che penso, ciò che voglio, quando questo non sia in alcun modo richiesto. Semplicemente mi manca il coraggio di prendere tutte queste persone ed eliminarle dalla mia vita per sostituirle con chi ha il mio stesso modo di intendere la vita e con cui potersi supportare a vicenda, anzichè affossare come pare sia di moda ultimamente fare.

La quinta. Tutte queste messe insieme che hanno generato una potentissima ansia.

Oggi decido di mettere in piedi un blog. Inizio. Questa è la storia di una persona che vuole solamente essere felice.

1.Scrivo

Scrivo.

Scrivo perché riconosco di aver bisogno di aiuto e quindi di aiutarmi.

Scrivo perché ho la necessità di provare a liberarmi di questi fardelli che mi porto dietro da quasi vent’anni e che ora mi stanno facendo grattare il fondo.

Scrivo perché di anni ne ho 32 e mi sento impantanato in un qualcosa che non riesco quasi più a comprendere.

Scrivo per tutte le persone che come me stanno attraversando, hanno attraversato o attraverseranno qualcosa di simile, consapevole del fatto che la grandezza o piccolezza dei problemi è sempre soggettiva.

Scrivo perché fondamentalmente in questo momento non ce la faccio più a sopportare quello che vivo e come lo vivo, perché voglio uscire da tutto questo e lasciarlo in calce da qualche parte per far si di non dimenticare, ma allo stesso tempo di chiudere dei capitoli per iniziarne degli altri.

Scrivo perché voglio cambiare la mia vita. Perché in fondo desidero solo una cosa più di tutte le altre. Essere felice.

Sono solo un uomo. A dir la verità a volte un bambino, a volte un ragazzo. Altre ancora un ottantenne. Tutto dipende dai pensieri. Pensieri che ad un certo punto della mia vita, sono diventati così complicati da gestire per conto mio, da sentire la necessità di condividere e cercare un confronto con chi mi circonda. 

Quante volte mi sono detto “vorrei trovare persone come me”. Quante volte mi sono reso conto che se davvero fossero come me in questo momento, sarebbero tutte nascoste nelle loro paure queste persone. Senza un passo per avvicinarsi, seppur inizialmente in maniera virtuale, non farei altro che far perdurare questa personale condizione di isolamento psicofisico dentro il quale, più o meno, ci siamo ritrovati a vivere. Faccio un passo. Augurandomi di trovarvi!

Scrivo.